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Domenica 29 marzo 2026
I power point di Gesù (di Mara Venturi)
Marco 9, 30-37
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Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse. Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà”. Ma essi non capivano le sue parole e temevano di interrogarlo.
Giunsero a Cafarnao; quando fu in casa domandò loro: “Di che discorrevate per strada?”
Essi tacevano perché per via avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: “Se qualcuno vuole essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
E preso un bambino, lo mise in mezzo a loro; poi lo prese in braccio e disse loro: “Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma colui che mi ha mandato.”
Il brano è tratto dal Vangelo di Marco, al capitolo 9. Quel capitolo che inizia con la trasfigurazione, subito dopo il primo annuncio della passione.
Oggi abbiamo letto i versetti che si riferiscono al secondo annuncio della passione seguiti dalle indicazioni per i discepoli di Gesù. Come a a dirci che forse non possiamo dividere l’annuncio della passione dalle indicazioni per il discepolato. Perché forse proprio questo è il prezzo del discepolato.
Cominciamo dai primi tre versetti del secondo annuncio della passione. Sono solo tre, ma densi e ricchi di significati.
Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse. Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà”. Ma essi non capivano le sue parole e temevano di interrogarlo.
Sono così densi che merita rileggerne uno alla volta. Il 30.
Poi, partiti di là, attraversarono la Galilea; e Gesù non voleva che si sapesse.
Intanto la Galilea.
Si sottolinea che Gesù passava attraverso la Galilea. Ma è così indispensabile nell’economia del racconto? Perché questa sottolineatura? C’è un significato dietro la Galilea?
Sì, è un luogo per così dire simbolico. E’ un luogo familiare. Familiare a Gesù, certamente, ma vuole essere anche il nostro luogo, quello in cui siamo ora, provenienti ciascuno e ciascuna di noi dalle più svariati parti del mondo , ciascuno e ciascuna con la propria storia. E’ il nostro luogo. Perché è qui che Gesù ci chiama. Non ci chiede cose grandi, superiori alle nostre forze… ci chiede di seguirlo nei nostri luoghi e nella nostra quotidianità. Non è un caso che si dica che Gesù stia attraversando la Galilea. Con un po’ di egocentrismo mi piace pensare a un Gesù che attraversa la Toscana e giunge a Pistoia, per chiamare proprio me nella mia quotidianità, mente impazzisco dietro ai miei ragazzi. E poi a [N.] …. a chiamare [N.] e poi… e ancora…. E mi fermo. Ma Gesù no. Perché Gesù qui parla di noi, parla di me. Ora. Chiama ciascuna e ciascuno di noi.
Non solo. Nello stesso versetto Gesù appare un po’ preoccupato: non voleva che si sapesse dov’era perché stava insegnando ai suoi discepoli! Spesso nei Vangeli appare un Gesù preoccupato per le folle, che ne ha compassione, le sfama… qui no. I suoi discepoli hanno come una sorta di precedenza. E’ quel momento importante di cui invece forse abbiamo un po’ paura. A me a volte manca una certa intimità con il Signore. Per paura di cadere in un intimismo che non sarebbe mai discepolato, preferisco ricorrere a una certa razionalità. E invece sbaglio. E’ bene almeno ogni tanto abbassarla quella guardia! Non c’è nulla da temere. Gesù ci chiama, attraversa la Galilea, nelle nostre strade chiassose per dedicarsi interamente a noi. E’ il momento di ascoltarlo. E’ il momento dell’insegnamento. E’ il momento che lui ha scelto per renderci discepole e discepoli.
Non è indifferente alle folle, Gesù non lo è mai. Gesù ha però bisogno di istruirci perché solo così potremo mettersi a servizio di Dio e dei fratelli e sorelle.
E qual è il contenuto di questo insegnamento? Il versetto 31.
Infatti egli istruiva i suoi discepoli, dicendo loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà”
Gesù ci deve istruire, perché, per la seconda volta, deve spiegare una lezione che le nostre menti faticano a comprendere. E i nostri cuori non accettano. Gesù, da didatta straordinario quale è, ha preparato il suo PowerPoint con poche parole, perché la lezione risulti chiara. Senza troppi discorsi. Senza giri di parole. Ho letto che questo versetto 31 è l’annuncio della passione più breve che esista. Qualche esegeta lo ritiene anche il più antico. Ma a noi questo non interessa. A noi colpisce come in pochissime parole ci sia tutto l’annuncio del messaggio cristiano. Solo tre azioni: Gesù sta per essere consegnato, gli uomini l’uccideranno, dopo tre giorni risusciterà.
Vi immaginate Pietro? A me piace immaginarlo mentre pensa “Ma che sta dicendo il maestro? Ma di cosa parla? Ci risiamo! Già aveva detto una cosa del genere. Io l’ho pure sgridato. Ma poi lui ha chiamato me Satana”… certo non è facile per Pietro e nemmeno per noi.
Allora come oggi. Perché Gesù qui non dice, come nel primo annuncio (Mc 8,31: Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse) che saranno gli anziani, i capi dei sacerdoti, gli scribi a farlo soffrire. No. Qui ci chiama tutti in causa. Qui dice che gli uomini (e le donne!) lo uccideranno. Tutti e tutte siamo implicati in questa morte. Che continua ogni giorno. Gesù è l’innocente ucciso. Non è stato l’unico nella storia. Quanti oggi, in questo mondo impazzito, muoiono innocenti? Guerre, femminicidi, abusi sessuali. Solo per citarne qualcuno. Ma c’è una novità. Gesù e l’unico che muore PER me. Gesù è l’unico che accetta di essere consegnato e di soffrire perché noi possiamo essere liberati dal potere della morte. Mi aveva colpito questo termine “consegnato”. Sono andata a vedere il testo greco e ho letto che il verbo usato viene utilizzato da Marco per parlare dell’arresto di Giovanni Battista, del tradimento di Giuda, della passione di Gesù. Sono tre momenti fondamentali che ci portano ai piedi della croce.
Ma è un discorso troppo difficile per essere compreso. Il PowerPoint di Gesù è chiarissimo ma ancora i discepoli non sono in grado di capire. Dovranno aspettare Pasqua. Il versetto successivo infatti precisa Ma essi non capivano le sue parole e temevano di interrogarlo.
Care sorelle e fratelli, Gesù ha bisogno ancora oggi di prendere in disparte il suo piccolo gregge e continuare ad istruirlo.
Ci stiamo avvicinando alla Pasqua. Mentre preparavo questa riflessione da condividere con voi, mi sono venute in mente due melodie e relative parole.
Una è un inno molto conosciuto nella nostra chiesa e che canteremo anche stamani al termine della predicazione. Dell’altra melodia, che forse non tutti conosceranno, vi vorrei invece parlare.
Perché quando le ascolto mi chiedo se oggi, nonostante la resurrezione sia avvenuta, nonostante il sacrificio di Gesù si sia compiuto una volta per tutte, nonostante i mie peccati siano stati inchiodati al legno della croce, mi chiedo se quella breve lezione del PowerPoint di Gesù nella nostra Galilea, cioè nella nostra vita, nel nostro lavoro, sia stata compresa oppure no.
La prima melodia che mi ronza nelle orecchie è lo spiritual “C’eri tu quando uccisero Gesù…” E credo che se vogliamo essere sinceri, se vogliamo dimostrare di avere compreso almeno un minimo quella lezione di duemila anni fa sulle strade della Galilea, dobbiamo dire “ Sì, Signore, io c’ero. E continuo a crocifiggerti con le mie infedeltà. Ma ora so che le mie infedeltà non hanno l’ultima parola. Sì, Signore, io c’ero. Ma tu sei risorto. E hai annullato quel potere tremendo che mi porta lontano da te. E io resto qui. In questa tensione. Tra il male che non voglio, direbbe l’apostolo Paolo, e il bene che non faccio. Io c’ero. Tu ora ci sei. E sei il Vivente a cui io mi rimetto con tutta me stessa, con tutto me stesso”.
Per l’altra, invece, andiamo sul profano, perché è una canzone di quello straordinario poeta che è stato il cantautore Fabrizio De Andrè. In un album, dal titolo “La buona novella”, ha raccolto una serie di canzoni provocatorie, talvolta dissacratorie, ma che normalmente piacciono a atei e credenti perché ci guardano dentro. All’ateo fanno porre domande. Ai credenti chiedono conferme. Nella canzone intitolata “Le tre madri”, il cantautore immagina, ai piedi della croce, non solo Maria ma anche le madri degli altri due crocifissi. E a una delle due, che si rivolge a Maria, fa dire “Con troppe lacrime piangi Maria. Solo l’immagine di un’agonia. Sai che alla fine, nel terzo giorno, il figlio tuo farà ritorno. Lascia noi piangere un po’ più forte, chi non risorgerà più dalla morte”.
Straordinariamente agghiacciante. La disperazione più nera. Nel Vangelo di Luca si parla dei due “ladroni”, come vengono chiamati, probabilmente due “sovversivi” e si dice che uno impreca e l’altro chiede a Gesù di ricordarsi di lui quando sarà in paradiso. Nel sovversivo che impreca, come nelle parole di questa madre (chissà… forse la sua… forse quella dell’altro, di quello “buono”), c’è la disperazione nel vero senso della parola, la perdita totale della speranza della salvezza. Detto in altri termini, il rifiuto totale di Dio. Non sappiamo le conseguenze che un tale rifiuto può avere. Solo Dio può saperlo. Però sappiamo che la madre di questo “ladrone”, ha dimenticato un particolare non certo piccolo e nemmeno insignificante. Ha dimenticato che è proprio grazie alla risurrezione di Gesù che la morte, di tutti e tutte, è stata sconfitta. Per sempre. E quindi quella frase, pur comprensibile in un momento di così immenso dolore, suona come una terribile bestemmia. La peggiore.
Facciamo nostra allora la lezione di Gesù sulle strade della Galilea.
Consapevoli di far parte di quella umanità che ha messo a morte chi era venuto a morire per tutti.
Ma con piena speranza, a differenza della madre della canzone di De Andrè, perché la morte non ha l’ultima parola.
E’ duro restare su un cammino di questo genere. Infatti il Vangelo precisa, al versetto 32, Ma essi non capivano le sue parole e temevano di interrogarlo. Anche noi, come i discepoli, non capiamo. E’ duro restare su un cammino di questo genere. E Gesù lo sapeva. Lo sa. Ci viene a cercare nella nostra Galilea e a darci insegnamenti specifici sul discepolato. Perché il discepolato non può essere separato dall’annuncio centrale su cui abbiamo riflettuto insieme.
Non è un caso che nei versetti successivi a Gesù tocchi fare un altro PowerPoint, perché ancora una volta i discepoli non capiscono, non capiamo. Dovrà spiegare cosa significhi essere discepole, dove sta la grandezza del discepolo.
Non rileggiamo tutta la parte ma rivediamola almeno brevemente.
Si torna a casa. Cafarnao rappresenta un po’ questo. Dalle strade chiassose in cui viviamo e lavoriamo ogni giorno e in cui Gesù ci viene a cercare e a chiamare, la sera torniamo a casa. Il rapporto con Gesù diventa ancora più intimo. Siamo nella nostra cameretta. Ci aspettiamo un insegnamento ancora più speciale perché riservato proprio a noi, a me. Ed eccolo… “Scusate -dice Gesù- ma “per strada” (cioè oggi mentre eri a lavoro) di cosa stavate discutendo?” Eccoci. Beccati! Siamo imbarazzati. Sappiamo di non avere fatto proprio una bella discussione… chiedersi chi sia “il più grande” non è proprio quello che il Maestro ci insegna ogni giorno. Lo sappiamo ma non lo abbiamo capito fino in fondo. Diciamo sì al Signore, la sera, nella nostra cameretta, ma poi ci sono le sfide della quotidianità. E lì il gioco si fa duro. Ma è lì che l’essere cristiano fa la differenza. Gesù ha capito che deve continuare la sua lezione. Si siede, chiama i suoi discepoli a sé. Non li rimprovera. Sa che deve dare loro l’insegnamento più grande: “Se qualcuno vuole essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E Gesù questo insegnamento non lo ha solo dato con le parole, ma lo ha testimoniato con la sua vita e con l’accettazione della morte. Siamo ancora una volta alla logica di Dio che scombina e rovescia la logica umana. Ci mette in crisi. Diciamocelo. Il mondo ritiene che una persona “di successo” non sia la persona che ha in mente Gesù. Gesù ha infatti in mente un modello particolare, che è quello del bambino. Oggi, nella nostra società occidentale, i bambini e le bambine sono dei piccoli principi e delle piccole principesse, ma duemila anni fa, come purtroppo ancora oggi in tante parti di questo mondo sempre più impazzito, non valevano niente. A volte non avevano (e non hanno) nemmeno un’identità. Sono il prototipo degli ultimi. Sono davvero i servi di tutti. Ed hanno una grande qualità, quella di fidarsi degli adulti. Quando un bambino vi dà la mano sentite che sta rimettendo in voi tutta la sua fiducia. Quando una bambina ti abbraccia ti sta dicendo non solo “Ti voglio bene” ma anche “Mi fido di te”. Il Signore ci chiede di abbandonarsi a Lui, di fidarsi di Lui come un bambino. Lo ripeterà più volte. Lo leggiamo anche in altri passi dei Vangeli. Qui però c’è anche un’altra sottolineatura. Non dice tanto a noi di essere come bambini ma di accogliere i bambini, di riceverli nel suo nome. “Chi accoglie un bambino nel mio nome accoglie me e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato”. Qui bambino rappresenta forse più il piccolo, l’ultimo, chi ha bisogno di aiuto. Se vuoi essere il più grande mettiti a servizio di questo piccolo. Eccola la logica di Dio. Ecco cosa significa essere discepoli. Ecco cosa significa seguire Gesù, oggi. Nel Vangelo di Matteo, senza mezzi termini, si dice che le nazioni stesse saranno giudicate, separate tra chi avrà dato da mangiare e da bere a chi ne aveva bisogno, e chi non lo ha fatto.
Essere servi non significa annullarsi, diventare uno zerbino per i piedi degli altri, fino a perdere la nostra dignità umana. Essere servitori gli uni degli altri significa amare di più chi ha più bisogno di essere amato. Significa riconoscere i bisogni gli uni degli altri e soccorrerci. Non per essere “grandi”, per essere stimati dagli uomini. Ma perché così ha fatto il Signore. Che ci ha amato come nessuno di noi può amare. Ci ha amati fino a dare la vita per noi. Ecco perché le indicazioni per il discepolato non possono essere separate dall’annuncio della passione di Gesù.
Facciamo nostro allora non solo l’insegnamento di Gesù per le strade della Galilea ma anche quello, strettamente collegato, nella casa a Cafarnao.
Due PowerPoint che Gesù ha preparato che si fondono in un’unica mappa concettuale: quella che per il cristiano deve diventare la mappa esistenziale.
E quando non capiamo, perché non capiamo, non facciamo come i discepoli di Gesù che avevano paura a fare domande, non mettiamoci a discutere tra di noi con la logica umana. No. Piuttosto diciamo: “ Signore, non capisco. Questo tuo amore è un mistero troppo grande. Non sta nella mia testa. Spiegamelo di nuovo, sempre, ogni giorno. E, se non posso capirlo, aiutami, a rimettermi in te, come un bambino, come una bambina, con sconfinata fiducia.”
Amen
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